AMEN
- antonelloiovane

- 13 gen 2024
- Tempo di lettura: 6 min
I
«Per essere la scena di un crimine, non vi sembra che ci sia un po’ troppa confusione?»
Nonostante la voce serafica, gli agenti del decimo distretto conoscevano bene l’ispettore Paolucci. Non c’era una risposta corretta da dare a questi suoi interrogativi. Le sue, infatti, non erano domande, ma dei veri e propri avvertimenti. E quando ne sentivi uno dovevi soltanto sperare di non finire segnalato nel rapporto che, con la puntualità di un orologio svizzero, compilava e consegnava al commissario a ogni fine giornata lavorativa.
«Avete sentito? Fuori tutti! Dai, su!»
Poliziotti in divisa sono in coda per uscire da quell’appartamento sfilando accanto al grigio cappotto alla coreana dell’ispettore che, con l’indice della mano destra, spinge al centro quella montatura blu. Si sistema per bene gli occhiali in sella al naso, lo fa ogni volta che vuole recuperare la concentrazione. Davanti a sé c’è il colorato arredamento di un salotto moderno. Il verde pastello del lampadario cala dal soffitto sopra il divano multiposto, donando luce e vivacità al rosso dei cuscini. In mezzo alla stanza un tavolino giallo ocra al centro del quale è posizionata una pianta ricolma di fiori rosa. Le lunghe francesine dell’ispettore avanzano nella camera, si fermano davanti alla parete fatta di mattoni a vista sulla quale sono appese in modo casuale tutta una serie di fotografie. Nessuna cornice, ma tante piccole tele sulle quali sono direttamente stampate le istantanee, tutte diverse, ma con una particolarità in comune. Ciascuna delle immagini ritrae una ragazza sorridente, a volte da sola, a volte in compagnia di un giovanotto. All’ispettore sembra sentire il suono dei click della macchina fotografica a ogni scatto osservato. In realtà, sono i ragazzi della scientifica impegnati nel repertare ogni singolo dettaglio che potrebbe essere utile all’indagine. Le tute bianche si muovono con discrezione all’interno della cucina, intorno al tavolo rettangolare al quale è seduta la vittima. Saranno le prime foto in cui la ragazza non sorride.
«Questa è davvero tosta Paolucci».
«Un eccellente medico legale, quale sei tu Colasanti, mi darà di sicuro una grande mano».
«Devo deludere le tue aspettative, almeno per il momento. Qui su due piedi, infatti, non c’è nulla di utile che possa dirti. Bisogna che faccia degli esami più approfonditi. È necessario aspettare i risultati dell’autopsia per avere qualche informazione in più…forse».
«Forse? Non mi dire che con il passare degli anni ti sei rammollito?»
«No, te l’ho detto, non è semplice».
L’ispettore si avvicina al cadavere. La ragazza è seduta a uno dei due capotavola con la faccia sprofondata nella pizza che stava mangiando. Il nero dei capelli lunghi e lisci è interrotto dagli schizzi di rosso del pomodoro, colato anche sul viso, coprendo parte del tappeto di lentiggini sulla quale si adagiano gli occhi.
«È inutile che cerchi! Non c’è nessun livido o ferita. Non presenta ematomi, non ha lottato per difendersi, anche perché non c’è alcun segno di violenza, né di possibili punture attraverso il quale eventualmente le è stato iniettato qualcosa. E se te lo stai chiedendo, la risposta è no, non può essere stata la pizza. Se giri dall’altra parte, puoi notare tu stesso che è ancora tutta intera. Ti ripeto, devi aspettare l’autopsia».
«Almeno l’orario della morte me lo saprai dire, no?»
«Sì, quello sì. Tra le 19 e le 22».
«Che tutto è successo intorno all’orario di cena l’avevo intuito».
«Senti, per dati più precisi…»
«Devo aspettare l’autopsia, ho capito».
Un uomo della scientifica maldestramente urta il braccio del cadavere spostandolo. La mano della ragazza scivola via rivelando due segni rossi sul tavolo. L’ispettore si avvicina per decifrarli meglio. “JI”, due lettere scritte con la salsa della pizza.
II
L’ispettore dà un’ultima occhiata al fascicolo, lo chiude e apre la porta. Un passo ed è dentro la sala dell’interrogatorio. Ad aspettarlo, seduto al tavolino, un ragazzo il cui volto non gli è del tutto nuovo. È lo stesso che accompagnava il solare sorriso della vittima in alcune delle fotografie appese al muro del salotto. Le dita della sua mano si perdono nella folta barba, accarezzata in un movimento perpetuo dal mento fino alla punta. Paolucci si siede di fronte a lui senza guardarlo.
«Signor Intrieri, Jacopo Intrieri, sa perché è qui?
«Suppongo riguardi la morte di Elena».
L’ispettore apre il fascicolo, sfoglia un paio di pagine sino ad arrivare al foglio contenente la riproduzione di alcune fotografie. Lo prende e lo fa scivolare sul tavolo sin sotto gli occhi dell’interrogato.
«Conferma, dunque, che è lei la persona ritratta in queste fotografie?»
«Sì, all’epoca non avevo la barba, ma sono io».
«Mi sa dire dove era di preciso domenica tra le 19 e le 22?»
«Mi state chiedendo un alibi? Sospettate di me?»
«Qui sono io che devo fare le domande».
«Non avrei potuto mai fare del male a Elena, perché io l’amavo».
Le urla del signor Intrieri hanno l’effetto di spazientire l’ispettore che, con un movimento repentino e forte della mano, chiude il fascicolo e, per la prima volta, guarda il suo interlocutore negli occhi.
«Ed è per questo che l’ha uccisa vero?»
«Che cosa sta dicendo?»
Paolucci diminuisce la distanza che lo separa dal ragazzo, si sporge in avanti con il busto.
«È stato lasciato…»
«No!»
«...ma lei non sopportava l’idea che potesse essere di qualcun altro…»
«No!»
«… così l’ha fatta fuori».
«No, no e ancora no!»
Cade il silenzio, così come le spalle dell’Ispettore si abbandonano nuovamente sulla spalliera della sedia. Si socchiude la porta della stanza. Dall’uscio fa capolino il caschetto biondo dell’agente De Simone. «Dimmi Alfio, che cosa c’è?». Il poliziotto entra e porge una velina all’ispettore che prende il foglio strappandolo dalle mani dell’agente. Apre la singola pagina e legge “la ragazza è stata avvelenata ed era anche incinta di sei settimane”. Il biglietto proviene dal medico legale. L’ispettore ha riconosciuto la calligrafia di Colasanti.
«Da quanto non vedeva Elena?»
«Circa sei mesi. Sono stato all’estero per un po’ di tempo».
«Può andare».
«Che cosa significa?»
«Ha presente quella porta? Esca, sparisca, lontano dalla mia vista, non la voglio più vedere!»
Il signor Intrieri si alza di scatto, si dirige verso l’uscita. Prima di abbandonare la stanza si ferma.
«Spero troviate il responsabile».
I pensieri dell’ispettore sono così tanti da far rumore e impedire di cogliere quell’auspicio. La rabbia, poi, lo spinge a togliersi gli occhiali e buttarli via sul tavolino.
III
La gradinata che conduce alla chiesa di Santa Maria Regina Pacis è ricolma di gente. Gran parte della città si è stretta intorno ai familiari di Elena. Sono lì per porgere l’ultimo saluto alla ragazza, ma anche per far sentire la propria voce contro l’ennesimo episodio di femminicidio. Chiedere verità e giustizia, in un momento in cui la polizia brancola nel buio. Non c’è, infatti, nessuna pista da seguire. Gli investigatori nemmeno hanno capito come è stato introdotto il veleno all’interno del corpo della ragazza. Nessun foro di siringa, nessun cibo ingerito nelle ore precedenti il delitto. L’ispettore Paolucci rischia il trasferimento se non porta dei risultati entro le prossime ventiquattro ore. Anche lui è presente alla cerimonia funebre. È convinto, infatti, che l’omicida presenzierà al rito per onorare la memoria non tanto di Elena, ma di quello che sarebbe stato suo figlio. Per poterlo scovare, passeggia lungo tutte le navate della chiesa. Passa tutta la celebrazione della messa a scrutare i volti e le espressioni di chi occupa i banchi, ma anche di chi non ha trovato posto o, semplicemente, se ne sta in disparte in un angolino della basilica. La sua speranza è quella di cogliere qualche strano movimento, una smorfia sospetta a cui appigliarsi per far ripartire le indagini bloccate a un punto morto. Si ferma soltanto nell’istante in cui don Aldo inizia la predica. Parole di lodi rivolte verso la defunta Elena, nei riguardi del suo carattere solare e socievole, sempre disponibile a dare una mano in parrocchia. Il cammino dell’ispettore riprende e, per esaminare meglio le persone, osservarle tutte da vicino, decide di mettersi anche lui in fila per ricevere la comunione. La coda è lunga, donne e bambini vengono scartati. Sta cercando un uomo. Si ritrova così davanti al prete che alza l’ostia «il corpo di Cristo». Gli occhi di Paolucci sono attratti dalle lettere incise in rilievo sulla particola: “JHS”. Nella sua mente ricompaiono quelle scritte con il pomodoro sul tavolo e iniziano a susseguirsi una serie di domande. “E se non fosse stata una I? e se la scritta non fosse stata completa ed Elena stava proprio scrivendo JHS? Ecco come è stata avvelenata, tramite l’ostia!” Lo sguardo dell’ispettore si sposta dalla particola agli occhi del prete. «E se le chiedessi il consenso a prelevare il suo DNA?». Nessun “amen”, ma una domanda posta all’uomo meno sospettabile presente in quella chiesa. Il calice cade per terra. Il suono metallico rimbomba in tutta la basilica. Le ostie volano in aria come tanti frisbee bianchi. Il sacerdote che cerca di scappare prendendo la via dell’altare. L’ispettore lo insegue, lo raggiunge e lo placca da dietro le spalle. Don Aldo tira fuori da una delle maniche alcune ostie con l’intento di inghiottirle, ma uno schiaffo di Paolucci glielo impedisce. «Eh no, caro mio. Troppo semplice così! Devi pagare per aver ucciso due persone innocenti».







Una meravigliosa scoperta…. continua a sorprendere i tuoi lettori caro Antonello.
.”Il caso favorisce la mente preparata.”
Louis Pasteur