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I FANTASMI NON UCCIDONO

  • Immagine del redattore: antonelloiovane
    antonelloiovane
  • 10 mar 2024
  • Tempo di lettura: 24 min



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I

 

Tutti gli omicidi commessi da professionisti si assomigliano. Ogni assassino sprovveduto uccide invece a modo suo. Lo sapeva bene il commissario Sammati, lei che a soli venticinque anni si era piazzata tra i primi dieci posti su oltre sedicimila partecipanti al concorso di Polizia. Una telefonata dalla sala operativa aveva interrotto la sua cena.

C’era stato un intervento del personale del 118 in un’abitazione nel quartiere Magolà di Lamezia Terme per la segnalazione di un uomo colto da malore. Gli operatori entrati in casa, però, ne erano usciti pochi istanti dopo. La quantità di sangue sparso per terra li aveva spaventati al punto tale che al telefono con il 113 non erano riusciti a spiegare con chiarezza la situazione che gli si era presentata davanti. Giunta all’abitazione, il commissario trovò l’autoambulanza e il personale delle volanti che piantonavano la villetta. Gli agenti avevano dato seguito alle sue direttive e avviato le operazioni per delimitare la zona e impedire ai primi curiosi di avvicinarsi troppo alla casa. Con passo svelto si accostò al cancelletto che dava l’accesso al giardino e, abbassando il capo, lesse l’etichetta sul campanello. “Lorenzo Gigliotti” era il nome scritto in corsivo. Arrivarono anche gli uomini della scientifica, e fu proprio insieme a uno di loro che si accinse a entrare. Nel lungo corridoio erano presenti evidenti tracce di sangue per terra. Nonostante fosse il venti di gennaio, il salotto era illuminato dalle luci di un albero di Natale e di un presepe incastonato all’interno di un camino spento. Lo sguardo si spostò sui mobili i cui sportelli erano tutti aperti, ma bicchieri, tazze e piattini erano intatti, ciascuno sopra il proprio ripiano. I cuscini dei divani, invece, erano stati tirati via, alcuni erano finiti per terra, sul tappeto blu tra le cui frange si potevano ben distinguere due mozziconi di sigaretta. La medesima scena la ritrovò nella cucina di fronte. Mozziconi di sigarette buttati sulla striscia di pavimento che separava il frigorifero dal tavolo e anche qui le credenze avevano gli sportelli aperti, ma nulla di ciò che si trovava all’interno era stato spostato. Le francesine lucide e nere di Sammati ripresero il percorso tracciato dal corridoio fino a entrare nel bagno. Il rosso intenso del rossetto si riflesse nello specchio mentre osservava il candore dei sanitari e la precisione con la quale le pantofole in pile erano sistemate accanto alla bilancia analogica. Uscendo dal bagno, sulla destra, si trovò davanti la porta della camera da letto. Poco oltre l’ingresso, il corpo esanime di un uomo disteso sul parquet. La vittima non aveva più le mani.

– Chiamate il dottor Michienzi.

– Subito, dottoressa. Faccio entrare i ragazzi?

– Sì, mi raccomando, non tralasciate nulla, a partire da quei mozziconi di sigaretta.


 

II

 

Il corpo di Lorenzo Gigliotti era disteso prono sul pavimento. Le pantofole calzate ai piedi, un paio di pantaloni neri abbassati fin sotto il sedere. Le labbra a sfiorare il sangue che si era riversato sulle mattonelle fino a macchiare di rosso i lunghi capelli brizzolati. Le braccia protese in avanti erano prive delle mani, tagliate di netto all’altezza del polso. Delle ics fatte con nastro adesivo argentato erano posizionate sopra gli occhi, la bocca e l’orecchio sinistro. Gli uomini della scientifica avevano terminato i rilievi da una decina di minuti. Nella stanza era rimasto soltanto il dottor Michienzi, in piedi, con la sciarpa ben stretta al collo a ripararsi dal gelo della sera. Mentre si sfilava i guanti di lattice non riusciva a distogliere lo sguardo da quel poveretto.

– Ha mai visto tanta crudeltà?

– Mi creda, commissario, se le dico che è la prima volta che mi trovo a esaminare un cadavere ridotto in tali condizioni.

– Le mani? Sappiamo dove sono finite?

– I ragazzi mi hanno riferito di non averle trovate. La morte, però, non è stata provocata dall’amputazione dei due arti. Sul pavimento, in prossimità dei moncherini, sono presenti delle colature di sangue. Questo sta a indicare che le mutilazioni sono state fatte a morte già avvenuta.

Con un gesto delle dita, il medico la invitò a raggiungerlo al suo fianco per mostrarle la profonda ferita sul collo che aveva causato il parziale distacco della testa dal resto del corpo.

– L’inizio di una decapitazione?

– Può darsi, oppure l’omicida si è fermato una volta raggiunto lo scopo. Povero Lorenzo!

– Lo conosceva?

– Fu lui a farmi la prima intervista, era un giornalista davvero in gamba.

Con un gesto delle mani, il commissario si scostò dal viso i capelli lunghi e ricci, buttandoseli dietro le spalle

– Quando pensa possa leggere la relazione dell’autopsia?

– In settimana la troverà sulla sua scrivania.

– Mi saluti Veronica, dottore.

Michienzi si sistemò per bene la sciarpa prima di ricambiare il cenno di saluto. Sammati percorse a ritroso il corridoio. Passando dinnanzi al salotto, indugiò sulle finestre e sulle grate esterne montate a protezione. La stessa attenzione che rivolse al libro aperto, con il dorso all’insù, appoggiato su uno dei braccioli del divano. Si sporse a leggere il titolo. “Perfetto sconosciuto” di Lesley Lokko. Prima di andare via diede un ultimo sguardo all’appartamento e a quel mazzo di chiavi penzolante dalla toppa della porta esterna. Si accovacciò sulle ginocchia fino a che lo sguardo non si trovò a pochi millimetri dalla serratura. Non c’era nessun segno evidente di scasso. Appena mise un piede fuori dalla porta venne sommersa da una marea di domande urlate dai giornalisti trattenuti ai confini del giardino dagli agenti.

– Dottoressa Sammati, avete già una idea su chi possa essere stato?

– Qualcuno ha voluto mettere a tacere Lollo?

– Dottoressa, è possibile che sia opera della ‘ndrangheta?

Il commissario infilò anche l’ultimo dei grandi bottoni neri del suo cappotto bianco e alzò il bavero, più per prepararsi ad affrontare la stampa che per ripararsi dal vento freddo. Una volta arrivata al di là del cancelletto, fu circondata da decine di microfoni mentre le domande si accavallavano fra di loro sino a diventare incomprensibili.

– Signori, se fate un attimo di silenzio riuscirete ad ascoltare la mia dichiarazione.

Nonostante il suo metro e sessantacinque di altezza, riuscì a sovrastare tutti con autorità. Non volò più una parola.

– Bene… la notevole crudeltà con la quale è stato ucciso il giornalista Lorenzo Gigliotti ci fornisce degli elementi utili, ma al momento non possiamo escludere nessuna pista. Stiamo lavorando per ricostruire quanto accaduto, già da domani mattina ci sarà un punto della situazione. È un omicidio particolare sul quale non si può dire molto altro. Grazie.

Fece due passi in direzione della macchina, ma la selva di cameramen e fotografi le rendeva difficile il cammino.

– Dottoressa… dottoressa…a che ora risale l’ora della morte?

Il commissario si fermò e rivolse lo sguardo verso il giovanotto che le aveva posto la domanda.

– Nient’altro da dire, grazie.

Calò il silenzio, la piccola folla si aprì, lasciandola passare.


 

III

 

Sul monitor del computer scorrevano le fotografie scattate la sera prima a casa di Gigliotti. Lo sguardo del commissario si soffermò sull’immagine ingrandita di alcune impronte di scarpa rosse ritrovate in un tratto del corridoio. Erano orme appaiate, come se qualcuno si fosse fermato. Un sussulto l’assalì quando si accorse che sull’uscio della stanza c’era uno dei suoi uomini, immobile con un foglio stretto tra le mani.

– Marino! Qualche giorno di questi mi farai prendere un infarto.

– Mi scusi, dottoressa, non la volevo disturbare.

– Se la porta è aperta, puoi anche entrare. A ogni modo, puoi dire agli altri che fra cinque minuti inizia la riunione.

Gli occhi tornarono a concentrarsi sulle foto di quelle e di altre pedate di sangue: erano una dozzina in tutto e ciascuna cristallizzava le orme sparse lungo il corridoio e nella camera dove era stato trovato il corpo della vittima. Un’occhiata all’orologio del pc per poi alzare lo sguardo dallo schermo.

– Marino, porca miseria!

– Mi scusi, dottoressa…

– Cosa altro c’è?

– È arrivata una mail dal sindaco. Vuole sapere se sabato partecipa alla manifestazione contro la ‘ndrangheta indetta… – l’agente abbassò la testa e si mise a leggere sul foglio – “dopo l’efferato omicidio con il quale si è messa a tacere una voce libera come quella di Lorenzo Gigliotti.”

– Mi fa piacere che, in meno di ventiquattro ore, il primo cittadino abbia risolto il caso. Digli, al sindaco, che se vuole gli cedo il mio posto e che io, invece, non ambisco al suo e non ho bisogno di passerelle antimafia.

– Gli rispondo subito.

– Ero sarcastica, Marino. Gli scriva che le indagini sono ancora in corso e la mia presenza in piazza è inopportuna.

L’agente fece un cenno con la testa, il commissario abbandonò la sua poltrona e si diresse verso la sala riunioni. In mezzo alle quattro file di poltroncine in plastica c’erano seduti tre dei suoi investigatori, quelli che riteneva i migliori.

– Signori, non c’è un attimo da perdere. L’omicidio è eclatante, ha attirato l’attenzione di media e istituzioni a livello nazionale. Quello che, però, ci deve spingere a essere celeri è che abbiamo un killer libero, ancora in grado di colpire. Intanto che io traccio lo schema, vorrei sentire le vostre opinioni.

Il commissario prese il pennarello e sulla lavagna magnetica disegnò tre colonne sopra ognuna delle quali scrisse un titolo: Movente, Sì, No.

– Avete perso la lingua? Folino, finiscila di lisciarti i baffi e inizia tu.

– Escluderei l’ipotesi della rapina. La vittima non possedeva gioielli o oggetti di valore in casa, né tantomeno somme cospicue di denaro, così come qualche vicino di casa ci ha detto in via informale. Faccio notare, poi, che non è stato buttato tutto all’aria, distruggendo qualunque cosa capitasse sottomano. C’era un ordinato disordine che mi è sembrato alquanto strano. Magari l’assassino cercava qualcosa in particolare che, forse, ha trovato nel pc portatile. È sparito, così come il telefonino del giornalista.

Nella tabella Sammati aggiunse il primo movente, rapina, seguito da una ics nella colonna del no.

– Commissario, visto i nastri adesivi trovati su bocca, orecchie e occhi, in stile le tre scimmiette, non pensa dobbiamo considerare la pista mafiosa?

– Caruso, quella la scarto con assoluta certezza. Ho passato la notte a leggermi gli articoli di Gigliotti. Sapeva scrivere, ma nulla che potesse dar adito a una reazione così eclatante dei clan. Inoltre, il giornalista conosceva la sua vittima. Non ci sono segni di effrazione né sulla porta né sulle finestre, dove peraltro ci sono le grate. Come il disordine della casa, anche il nastro adesivo mi sa tanto di messa in scena.

– Potrebbe essere l’opera di un gruppo satanico, per via delle mani asportate.

– In queste zone non ho mai sentito parlare di satanismo. Caruso, invece, tu e Folino fate i controlli sul patrimonio. Scoprite se c’è un testamento, chi ne è beneficiario e se ci sono pretendenti all’eredità di Gigliotti, compreso possibili figli illegittimi. Spena, tu che mi dici?

La poliziotta, dopo un colpo di tosse, si schiarì la voce.

– Ho parlato con la sorella maggiore, la persona che ha chiamato il 118. Si era preoccupata perché il telefonino del fratello era staccato né lui rispondeva al citofono. Per entrare ha utilizzato una copia delle chiavi. Mi ha descritto la vittima come un uomo cortese e disponibile, con poche amicizie e che, dopo la morte dei genitori, si era chiuso nella sua solitudine. L’unica persona che vedeva con frequenza era la signora delle pulizie.

– Sei riuscita a sentirla?

– Sì, stamattina. È da due giorni ricoverata all’ospedale Niguarda di Milano per un controllo medico.

L’elenco sulla lavagna iniziava ad avere diverse voci, nessuna con una ics in corrispondenza del sì.

– Ah, la sorella mi ha anche detto che Lorenzo non fumava.

Sammati mise il tappo al pennarello e si sedette sulla poltroncina rossa dietro la cattedra.

– Speriamo che la scientifica possa rintracciare il segnale del telefonino e ci spieghi qualcosa in più su quei mozziconi di sigarette.


 

IV

 

Girò la chiave nella toppa e la porta si aprì. Dopo un’intensa giornata di lavoro, il commissario Sammati era rientrata a casa. Troppa la stanchezza per rimanere in ufficio a leggere i rapporti della scientifica e del medico legale che teneva stretti sotto il braccio. Prese i fogli e li lanciò sul tavolo del soggiorno, così come scalciò via le scarpe facendole volare lungo il corridoio. D’altronde, in casa non c’era nessun altro che si sarebbe potuto lamentare della confusione. L’unico suo desidero in quel momento era di finire sotto un getto di acqua bollente per levar via la fatica. Testa reclinata indietro, occhi chiusi mentre le mani scivolavano sul viso a far svanire anche l’ultima traccia di sapone.

Il calore aveva appannato lo specchio, l’esuberante seno scomparve dentro l’accappatoio color crema mentre i ricci continuavano a far piovere sul pavimento. Non aveva nessuna voglia di asciugarsi i capelli, tanto meno di vestirsi. Accese i riscaldamenti al massimo e si diresse verso la cucina, dove si servì un calice colmo di vino bianco. Riprese le due relazioni, si mise seduta a gambe incrociate sopra il letto a due piazze. Dopo il primo sorso di vino, decise di leggere il referto del dottor Michienzi.

“In base alla temperatura corporea l’omicidio è stato commesso in un intervallo orario che va dalle 14:00 alle 14 30. I pantaloni abbassati potevano far pensare a una violenza sessuale, ma la vittima non ha subito nessun abuso sotto questo punto di vista. Le armi di cui si è servito l’assassino sono di due tipi. Un coltello con una lama seghettata è stato utilizzato per causare il taglio al collo, questo lo si può stabilire proprio in base alla tipologia di ferita riscontrata. La recisione delle mani, invece, è stata compiuta adoperando un coltello con una lama lunga e sottile. La mutilazione ha messo in evidenza una particolare abilità del killer.”

Si portò il vino a inumidire per una seconda volta le labbra prima di soddisfare la curiosità sulle doti dell’omicida.

“La struttura dei polsi, infatti, non presenta fratture. Questo significa che le mani non sono state amputate con un colpo netto, ma asportate chirurgicamente. L’assassino, nello specifico, ha inciso la pelle, i tendini e disarticolato le mani dalla loro sede naturale.”

Chiuse il rapporto autoptico e si mise a sfogliare i risultati delle analisi di tutti gli elementi repertati sulla scena del crimine.

“L’abitazione si caratterizza per la totale assenza di impronte. Non sono state rilevate nemmeno quelle della vittima, come se la casa fosse stata ripulita a fondo.”

La donna sollevò il bicchiere con un sospiro lento e lungo. Un altro sorso, un’altra pagina da leggere.

“Non è stato rinvenuto alcun posacenere né sono presenti ceneri nelle stanze dove sono stati ritrovati i mozziconi di sigaretta. Con tutta evidenza le medesime sigarette, ciascuna di una marca differente, sono state fumate fuori dalla casa, e soltanto in un secondo momento portate dentro.”

Il commissario non riusciva a trovare il minimo indizio da cui far partire una pista da seguire. Nuovo sorso di vino, nuova pagina.

“All’interno della casa sono presenti impronte di scarpe sporche di sangue. Alcune impronte vanno dal cadavere verso il letto della vittima e lì spariscono, altre, invece, son disposte senza un percorso logico. Sono impronte lasciate da calzature aventi suola e misurazione compatibili con le scarpe utilizzate dalla vittima. Gli studi compiuti su tali impronte, inoltre, rivelano che esse sono state realizzate senza la pressione corporea. Le orme sono state lasciate da scarpe che non erano indossate da una persona fisica.”

I mozziconi di sigaretta messi sul pavimento, la cenere mancante, il posacenere che non c’è, la simulazione della rapina con quell’ordinata confusione, le impronte di sangue. Tutti quegli elementi iniziarono a girare nella sua testa. Erano tutti indizi che portavano all’ipotesi di una volontaria manipolazione della scena del crimine. Allungò l’altra mano per raggiungere il comodino e afferrare il telecomando. Sul video comparve Ernico Mentana in piedi a presentare l’edizione serale del telegiornale.

“Passeremo poi a ragguagliarvi sulle notizie provenienti da Lamezia Terme in merito all’omicidio del giornalista Lorenzo Gigliotti. Vedremo come, a una settimana dell’omicidio, in buona sostanza la Polizia brancoli nel buio.”

– Che stronzo! – La rabbia del commissario Sammati spinse la sua mano a scolarsi tutto il vino restante nel bicchiere in un sorso soltanto.


 

V

 

– Dottoressa Sammati, so benissimo che lei è un’ottima poliziotta. Sull’omicidio Gigliotti, non dico che debba risolvermi il caso nell’immediatezza, ma apprezzerei se mi portasse dei risultati, seppur parziali. Ha qualcosa di concreto tra le mani?

Il commissario allontanò per un istante il cellulare dal viso. Indugiò nel rispondere al questore, distratta dai segni che Marino le stava rivolgendo davanti alla porta di ingresso del commissariato. Non riusciva a capire cosa le volesse comunicare, così riavvicinò le labbra al telefonino.

– Sto rientrando proprio adesso in ufficio. Abbiamo raccolto tantissimo materiale, ci manca poco per trovare quell’elemento significativo che ci orienterà verso la soluzione del caso, ne sono certa. Mi scusi, ma ora devo proprio andare.

– Va bene, però mi aspetto da lei delle novità nel giro di ventiquattro ore. A rischio c’è la titolarità dell’indagine. Buon lavoro, commissario.

La chiusura della chiamata fu accompagnata da un profondo sospiro. Si diresse verso l’ingresso, ma la sua camminata fu interrotta dall’arrivo di una volante.

– Folino, portami delle buone notizie.

– Non so se sono tanto buone.

– Tu, prova a dirmele.

– A parte la casa, il giornalista non ha lasciato un granché come patrimonio. Nessun figlio illegittimo e la sorella, a cui spetterà l’eredità, ha una situazione economica ben più solida di quella del fratello. L’intenzione di Gigliotti era quella di disporre un lascito in favore della sua parrocchia. Vengo ora dalla chiesa del Redentore dove don Aldo stava celebrando la messa del mattino. Lui non ne sapeva nulla, a ogni modo il venti gennaio era in ritiro spirituale presso il convento dei cappuccini.

– Non facciamo in tempo a seguire una pista che ci troviamo sin dall’inizio in un vicolo cieco. Appena sospettiamo di qualcuno, veniamo a scoprire il suo alibi di ferro che lo leva dalla scena del delitto. Eppure, c’è qualcosa che ci sfugge.

Appaiati, i due salirono le scale fino alla porta automatica dove ad attenderli c’era Marino.

– Dottoressa, c’è un signore che vuole parlare con lei.

– Chi è? Che cosa vuole? È importante? Se non mi dici queste tre cose, Marino, è come se non mi avessi detto nulla. Tanto vale che riprendi a gesticolare come prima.

Il poliziotto sollevò una mano, ma il commissario lo stoppò fulminandolo con gli occhi.

– Mi scusi… È un professore di matematica, dice di essere il testimone di uno furto strano.

– Un furto? Ho cose più importanti di cui occuparmi. Folino, vacci a parlare tu!

Sammati proseguì lungo il corridoio lasciando i due poliziotti all’ingresso della sala d’attesa. Fece, però, in tempo a sentire la domanda del collega.

– Perché strano?

Incuriosita, temporeggiò nell’aprire la porta del suo ufficio per ascoltare la risposta.

– Afferma di aver visto un tizio in un bar rubare dei mozziconi di sigarette.

– Marino! – sbraitò il commissario che a passo deciso tornò indietro, diede l’ennesima occhiataccia al suo sottoposto ed entrò nella stanza. Al centro della fila di poltroncine era seduto un uomo con un paio di occhiali spessi e i capelli pieni di gel separati da una riga in mezzo. Il busto non riusciva a stare fermo, ma si dondolava avanti e indietro.

– Buongiorno, sono il commissario Sammati.

L’ondeggiamento si bloccò di colpo. Dietro quelle lenti i suoi occhi si spalancarono, così come in parte anche le sue labbra. Il commissario si sedette al suo fianco.

– Buongiorno dottoressa, sono Bruno Sestito.

– Signor Sestito, perché voleva parlarmi?

Le mani iniziarono a sfregarsi sui pantaloni, mentre il dondolio riprese vigore.

– Come ho detto prima al poliziotto, non so se quello che ho visto vi può essere d’aiuto oppure è solo una coincidenza e io vi sto facendo perdere tempo.

– Il tempo passato ad ascoltare i cittadini non è mai tempo perso.

Con l’indice della mano sinistra, spinse al centro la montatura degli occhiali per sistemarli al meglio in sella al proprio naso – In televisione ho sentito che l’assassino del giornalista Gigliotti avrebbe artefatto la scena del crimine buttando per terra dei mozziconi di sigaretta.

– Sì, è quello che potrebbe essere successo.

– Ecco… il giorno dell’omicidio mi trovavo al bar Vittoria, nei pressi del liceo Classico, scuola dove insegno matematica. Ci passo ogni mattina, a quest’ora più o meno. In attesa di essere servito al bancone, ho buttato lo sguardo all’esterno. C’era un uomo in piedi, tutto intento a guardarsi intorno. Incuriosito, ho continuato a osservarlo e l’ho visto tirare fuori dalla giacca un barattolo di vetro. Lo ha aperto e dentro ci ha svuotato i due posaceneri ricolmi di sigarette che si trovavano su uno dei tavolini. Ha richiuso il contenitore e se ne è andato via.

– È sicuro di quello che mi sta dicendo?

– Allo stesso modo di come son sicuro che due più due fa quattro.

Il commissario incrociò gli occhi di Folino che, in piedi davanti la porta, si lisciava i baffi senza nascondere un sorriso di soddisfazione. Lo sguardo si abbassò a prendere consapevolezza dell’orario.

– Ha detto che era verso quest’ora?

– Sì, è mia abitudine prendere il cappuccino alle 7,30.

– Se lo vedesse di nuovo, saprebbe riconoscerlo?

– Certo, l’ho visto in quel bar anche nei giorni successivi.

– Venga, signor Sestito, le offro la colazione.


 

VI

 

– Buongiorno, professore. È in ritardo rispetto al solito. Mi sa che deve cambiare le pile alla sveglia.

– Ehm… sì, in effetti non ha suonato.

– Non si preoccupi, le preparo subito il suo bel cappuccino.

Il commissario Sammati incrociò lo sguardo intimorito del signor Sestito. Sorrise nel tentativo di tranquillizzarlo. Si girò e riprese a guardare le torte all’interno del frigorifero. In realtà, tramite il riflesso del vetro, teneva sotto osservazione il professore e scrutava i volti degli altri clienti. Un’occhiata verso i tavolini esterni per verificare la posizione della Spena. Folino, invece, lo aveva lasciato seduto al volante dell’autocivetta, parcheggiata qualche metro più avanti rispetto al bar. Una precauzione nel caso accadesse qualcosa. Tutti senza divisa. Il commissario si tolse il cappotto bianco. Era il segnale per Spena, il via libera per raccogliere quanti più mozziconi di sigarette spenti nei posacenere presenti sui tavolini esterni.

– Eccola servita, professore.

Sestito prese la tazza, ma la mano gli iniziò a tremare. Il suo sguardo atterrito era rivolto verso un uomo bassino, salopette da imbianchino, berretto abbassato sulla fronte, che era appena uscito dal bagno. Il caffelatte cadde sul bancone macchiando in parte i vestiti del professore.

– Accidenti! Mi dispiace…

– Non si preoccupi. Oggi non è proprio la sua giornata, eh prof?

– Mi sa proprio di no.

La scena provocò l’ilarità beffarda dell’uomo con il berretto mentre il barista era impegnato, straccio in mano, a pulire il bancone.

– Gliene preparo subito un altro.

– No, no. Non si preoccupi. Devo andare via. Mi dica quant’è che le pago questo.

– Nulla, questa mattina è stato mio ospite.

– La ringrazio.

Sestito si diresse verso il commissario, le passò di fianco e le sussurrò – È lui! –  per poi proseguire la camminata fino all’uscita del bar.

– Posso avere un caffè?

– Subito, signora.

Il commissario si infilò di nuovo il cappotto, si avvicinò al bancone, tenendosi a distanza da quello che di fatto era appena diventato il principale sospettato dell’omicidio Gigliotti. Non riusciva a guardarlo bene in faccia per via del berretto. L’uomo si stava ingozzando di cannoli sporcandosi di bianco intorno alla bocca. Dopo l’ultimo sorso, Sammati posò la tazzina, aspettò che pagasse per poi seguirlo fuori, sempre a debita distanza. Il sospettato passò accanto all’automobile di Folino, che attendeva insieme a Spena, mentre del professore non c’era più traccia. Il commissario cambiò marciapiede per evitare qualche battuta degli agenti seduti nella vettura civetta. L’uomo si fermò davanti a una Fiat Cinquecento gialla. Doveva essere la sua macchina. Sammati prese il cellulare per scrivere al volo la targa in un messaggio diretto a Caruso. “Urgente. Identifica il proprietario, acquisisci ogni notizia utile su di lui e metti tutto sulla mia scrivania.” Cliccò “invio” e si mise a camminare a passo svelto fino a raggiungere Folino e Spena in auto.

– Forse abbiamo una pista.

– Commissario, che faccio? Lo pedino?

– No, Folino, ritorna in commissariato.

– Ma lo lasciamo andare via così?

– Gradirei che mi ascoltassi quando parlo. Ho detto “forse.” Non abbiamo nessuna certezza, non voglio fare un buco nell’acqua, né in questa fase possiamo commettere errori che garantirebbero al colpevole di farla franca.

– Ora, quindi, che cosa si fa?

– Spena, tu spedisci i mozziconi di sigarette raccolti alla scientifica. Chiedi di verificare se fra queste cicche ce ne sono di compatibili con quelle ritrovate nella casa di Gigliotti. Folino, tu, invece, ingrana la prima e parti che andiamo a scoprire come si chiama il nostro uomo.


VII

 

Sulle cime del Monte Mancuso era comparsa la prima neve dell’anno. Il vento di inizio febbraio era gelido e soffiava forte tra i folti ricci del commissario Sammati. Le scarpe affondavano sulla sabbia lasciando delle leggere impronte, più piccole rispetto alle orme impresse dai passi di Spena.

– Commissario, perché mi ha portato qua?

– Il rumore delle onde mi rilassa e passeggiare in riva al mare mi aiuta a ragionare meglio. Perché proprio tu? Perché ti reputo la migliore tra gli agenti del commissariato.

–  Grazie, ma…

Il loro cammino si fermò e le due poliziotte si guardarono negli occhi per qualche istante, con i volti illuminati dagli ultimi bagliori del giorno.

– Bando alle ciance, Spena. Ricapitoliamo tutte le informazioni che abbiamo raccolto. Cosa sappiamo del nostro uomo?

La passeggiata riprese, sullo sfondo il golfo di Sant’Eufemia.

– Si chiama Emilio Nicastri, ha cinquantotto anni, abita a Falerna, quindi a una trentina di chilometri dalla casa della vittima. Il suo lavoro di imbianchino, però, lo porta molto spesso a frequentare Lamezia. In passato possedeva una macelleria, attività andata letteralmente in fumo. È stato sospettato quale autore dell’incendio, ma non è mai stata provata la sua colpevolezza.

– Caruso ha visionato i filmati delle telecamere di videosorveglianza. Ha individuato la Cinquecento gialla alle 7,20 del mattino nei pressi del bar Vittoria. Ha riconosciuto Nicastri nell’uomo che scendeva da quell’automobile appena parcheggiata mentre parlava al telefono. Alle 13,43, poi, la stessa Cinquecento è stata registrata all’imbocco della salita che conduce al quartiere Magolà, in direzione della casa di Gigliotti. Le immagini delle telecamere, però, non bastano. Potrebbe essere tutta una nostra suggestione. Dobbiamo avere delle conferme sulla veridicità di quanto ci ha raccontato il professore.

Il suono del cellulare troncò la conversazione. A vibrare era la tasca del cappotto bianco del commissario che, preso il telefonino, si diresse verso la battigia. Sul display compariva un numero di cellulare non memorizzato in rubrica.

– Pronto?

– Commissario Sammati, sono Ricci della scientifica di Roma.

– Salve, aspettavo una vostra chiamata. Ci sono delle novità?

– Sì, abbiamo finito di esaminare i cinquanta mozziconi di sigarette che ci avete spedito.

– Il responso?

– Siamo riusciti a isolare un profilo biologico che risulta essere identico a uno dei profili biologici rilevati sui mozziconi di sigaretta rinvenuti a casa del giornalista ucciso. Appena saputo l’esito, ho pensato bene di avvisarla.

– Ha fatto benissimo, la ringrazio.

Chiusa la chiamata, gli occhi della Sammati si soffermarono a scrutare l’orizzonte, lì dove il sole si accingeva a baciare il mare mentre le sue labbra rosse si prodigarono in un sorriso.

– Spena, ho una grande notizia – si voltò per tornare verso la poliziotta. – Anzi, le notizie buone sono due.

– Chi era al telefono?

– La scientifica di Roma. Tra i mozziconi di sigaretta che hai raccolto l’altro giorno al bar, ce n’era uno che è risultato compatibile con uno di quelli trovati a casa della vittima.

– Questo cristallizza l’attendibilità del professor Sestito.

– Bravissima! L’altra buona notizia è che abbiamo tra le mani un indizio significativo. C’è una elevata probabilità, infatti, che i mozziconi presi da Emilio Nicastri siano finiti in casa di Gigliotti. Ci manca soltanto un ultimo tassello.

– Il collegamento tra Nicastri e Gigliotti?

– Te l’ho detto che sei in gamba! Da una parte abbiamo un giornalista, dall’altra un imbianchino, due vite in due mondi diversi e distanti tra di loro.

– E se con una scusa parlassimo con Nicastri?

– Mmm… va bene, rompiamo gli indugi, convochiamolo in commissariato.


 

VIII

 

Folino e Caruso procedevano a passo spedito lungo il corridoio del commissariato. In mezzo a loro c’era Emilio Nicastri. Il commissario abbandonò l’uscio dell’ufficio e prese posto dietro la scrivania. Spena si trovava già dentro la stanza, in piedi accanto alla finestra. Il sospettato si presentò con il suo solito berretto calzato in fronte. Il cappellino era indossato in modo particolare, calato fino a coprire le sopracciglia e nascondere parte della visuale degli occhi.

– Signor Nicastri, prego, si accomodi.

– Grazie, commissario, i suoi uomini mi dicevano che ha bisogno di una mia consulenza.

– Ha presente l’omicidio di Lorenzo Gigliotti?

– Il giornalista? Sì, ne ho sentito parlare in televisione.

Il commissario aprì una cartellina davanti a sé. Tirò fuori una delle fotografie scattate dalla scientifica la sera stessa dell’omicidio. Ritraeva la parete pulita della stanza in cui era stato rinvenuto il cadavere.

– So che lei fa l’imbianchino. In città è considerato uno dei migliori. L’ho fatta chiamare, dunque, per avere un suo parere su questo muro qui.

Con le dita delle mani fece scivolare la foto sulla scrivania, ponendogliela sotto gli occhi.

– È possibile che questa parete sia stata pitturata di recente?

Nicastri abbassò la testa fino a porre gli occhi a pochi centimetri dall’immagine.

– Vedendola così, è difficile dirlo. Tenderei, però, a escluderlo. Sa, mi dispiace per Lollo.

– Conosceva la vittima?

– Sì, era un cliente abituale della mia ormai ex macelleria.

L’imbianchino riprese la sua posizione composta sulla sedia.

– Il signor Gigliotti era una persona scorbutica?

– Chi? Lollo? No, era un pezzo di pane!

– Signor Nicastri, si ricorda dove ha passato il pomeriggio del venti gennaio?

– Ho lavorato!

– Mi sa dire dove?

– Non me lo ricordo.

– Conosce il bar Vittoria? Lo frequenta?

– Sì, è quello dove di solito prendo il caffè.

– Lo ha preso anche la mattina del venti gennaio?

– Ora non ricordo, ma molto probabilmente sì.

Il commissario si lasciò abbandonare sullo schienale della poltrona. In mano prese una matita che rigirava sottosopra dopo averne sbattuto la punta sulla scrivania. L’uomo davanti a lei non aveva dato nessun accenno di nervosismo.

– Sa una cosa, signor Nicastri? Quando parlo con le persone mi piace guardarle negli occhi. Gentilmente, può togliersi il cappellino?

– No, preferirei di no.

– Si tolga il cappellino, per la miseria!

– Perché, altrimenti che fa? Mi arresta?

– Levi quel dannatissimo berretto! È un ordine!

La matita volò sul tavolo. Folino, Caruso e Spena sobbalzarono dallo spavento provocato da quell’inaspettato innalzamento dei toni. Nicastri si arrese. Sollevò la mano destra e sfilò via il cappellino.

– Ora è contenta?

Sammati non poté che notare i segni presenti sul volto dell’imbianchino.

– Tutti questi graffi come se li è procurati?

– Sono andato tra i rovi a raccogliere delle more una ventina di giorni fa. È per questo che uso il cappellino.

– Dobbiamo sospendere la chiacchierata.

– Posso tornarmene a casa?

– Sì, ma veniamo anche noi. Lei è indagato per l’omicidio di Lorenzo Gigliotti.

– Non sono stato io a uccidere Lollo!

L’accusato perse la calma e scattò in piedi. Il commissario, invece, non si scompose. Alzò il telefono e chiamò il magistrato per ottenere il mandato di perquisizione.


 

IX

 

Sammati era salito nella volante insieme a Spena. Tallonavano l’altra auto della Polizia guidata da Folino con accanto Caruso e sul sedile posteriore Nicastri. Destinazione Falerna Marina, un condominio nei pressi dello svincolo autostradale. Dopo dieci minuti della Salerno-Reggio, direzione nord, a rompere il silenzio fu il Commissario.

– Cosa ne pensi?

– Non mi convince per nulla. Ha confermato la sua presenza al bar Vittoria, non ha fornito alcun alibi per il pomeriggio. I graffi sulla faccia possono essere il risultato di una estrema difesa tentata da Gigliotti. Per evitare che trovassimo delle tracce sotto le sue unghie, quindi, ha deciso di asportargli le mani. L’abilità con cui l’ha fatto gli deriva dal suo passato di macellaio.

– Il tuo discorso non fa una grinza. Vediamo cosa troviamo a casa sua.

– A quanto pare stiamo per scoprirlo.

Parcheggiarono le macchine davanti a un palazzone la cui facciata era fatiscente. Una volta entrati, il decadimento caratterizzava anche l’interno della struttura. L’ascensore, infatti, seppur presente era fuori uso. I poliziotti e l’indagato dovettero salire le otto rampe di scale per arrivare al quarto piano. L’appartamento di Nicastri era un monolocale con vista sul mare. Tra il letto e la finestra erano ammassati diversi bidoni di pittura insieme a una serie di pennelli. Dal lavello della cucina proveniva una puzza di uovo marcio, mentre sopra il frigorifero facevano bella mostra una serie di bottiglie vuote di birra. Ciascuna di una marca diversa. Il commissario, però, era incuriosito da una porta senza maniglia e serratura, posta prima dell’ingresso del bagno.

– Quello è il ripostiglio delle scope – si affrettò a dire Nicastri.

Il commissario pose una mano sopra l’anta e la porta scattò, accendendo la lampadina che penzolava dal soffitto al centro dello sgabuzzino. La luce illuminò una serie di televisori ultrapiatti di nuova generazione, una sfilza di quadri e oggettistica varia. Poggiato su di uno sgabello, vicino alla porta, c’era anche un pc portatile.

Il commissario lo afferrò e si girò verso il proprietario di casa.

– Ci siamo messi a rubare, eh, Nicastri?

L’imbianchino chinò il capo, senza dire una parola.

– Un po’ troppo tardi per dispiacersi. Lorenzo Gigliotti ormai lo ha ammazzato.

– No! Io non ho ucciso nessuno.

– Ancora nega di essere stato in quella casa?

Nicastri tiro via una sedia della cucina da sotto il tavolo per poi sedersi tenendo sempre la testa china.

– Tutti sapevano che Lollo teneva in casa un piccolo tesoretto di qualche migliaio di euro. Avevo progettato di rubarglielo. Il primo pomeriggio lui faceva sempre una passeggiata. Quando sono arrivato quel giorno, però, la porta di casa era aperta. Sono entrato e ho trovato Lollo steso a terra in una pozza di sangue. Così mi sono messo a cercare i soldi, ma non ho trovato nulla. Uscendo, ho richiuso la porta.

– È stato lei a creare quel disordine ordinato e buttare le cicche in terra?

– Sì, ma il cadavere non l’ho toccato. Non sono stato io a ucciderlo!

L’imbianchino picchiò la mano sul tavolo e alzò il capo. Fissò negli occhi Sammati reggendo lo sguardo.

– Ha sottratto qualcosa dalla abitazione?

– Soltanto il portatile che ora ha in mano lei.

Il commissario si avvicinò al tavolo dove vi appoggiò sopra il computer.

– Caruso e Folino, portatelo via.

I due poliziotti sollevarono dalle braccia Nicastri che iniziò a sbraitare.

– Commissario, mi deve credere. Non l’ho ucciso io.

– Lo spiegherà al giudice.


 

X

 

– Grazie, signor Questore, non mancherò di girare agli altri i complimenti.

Sammati non fece in tempo a chiudere la chiamata che nel suo ufficio piombò Spena con dei fogli in mano.

– Commissario, è meglio che legga questi messaggi prima della conferenza stampa di oggi pomeriggio.

– Cosa sono? Fammi un po’ vedere.

Con un movimento rapido della mano il commissario afferrò le pagine mettendosele davanti al viso.

– I tecnici hanno sbloccato il portatile di Gigliotti rinvenuto nella casa di Nicastri. Uno dei siti internet salvato nei preferiti del broswer è la versione web di WhatsApp. L’applicazione funziona anche se il cellulare è spento.

– “L’ultima volta abbiamo rischiato tantissimo, non possiamo più continuare a vederci. Se mio marito ci scoprisse, sarebbe capace di ammazzarci a tutti e due.” – Sammati lesse il nome su in alto alla chat. C’era scritto “Veronica M.”. Abbassò il foglio per riprendere il contatto visivo con Spena. – Dimmi che non è la Veronica che penso io.

– Va bene, però le direi una bugia.

Il commissario piegò in quattro i fogli, si alzò in piedi e infilò le carte nella tasca dei pantaloni. Svestì la poltrona sulla quale era seduta dal cappotto bianco e lo indossò.

– Spena, andiamo a trovare il nostro amico.

Durante il tragitto sulla volante, nessuna delle due proferì parola. Il numero civico trentotto di viale Garibaldi non era molto distante dal commissariato. Dall’automobile, parcheggiata in doppia fila, scese soltanto Sammati. Il cancelletto della villetta a schiera era aperto. Saliti i tre gradini bussò al campanello.

– Chi è?

– Dottore, sono Sammati.

– Commissario, mi dia un attimo di tempo che vengo ad aprire.

Il rumore di rapidi passi si prolungò per diversi secondi senza che la porta si muovesse di un centimetro.

– Michienzi, mi apre lei o devo fare da sola?

La porta si spalancò. Il dottore si presentò indossando un maglione nero con una sciarpa in tinta blu ad avvolgere il collo.

– Mi doveva dare il tempo di vestirmi.

Il commissario non aspettò di essere invitata a entrare. Si fece strada nell’ingresso, ben riscaldato dai termosifoni. Sotto un mobile a vetro vide una valigia.

– È in partenza, dottore?

– Sì, raggiungo Veronica che è andata a trovare una sua amica a Parigi. Lei come mai da queste parti? Le serve qualcosa?

– Volevo informarla di persona che abbiamo arrestato il killer di Gigliotti, ma non ha confessato.

– Vedrà che vuoterà il sacco dopo un paio di notti in cella.

Michienzi continuava a sistemarsi la sciarpa. Il commissario chinò di lato la testa, adagiandola sul palmo della mano.

– Non lo so, dottore. Gigliotti era un signore di bella presenza, potrebbe essere stato vittima della gelosia di un uomo. Un marito che ha scoperto la moglie in combutta con il giornalista. – Sammati afferrò una estremità della sciarpa e lentamente la sfilò via. – Non un marito qualunque, ma un esperto in chirurgia, uno in grado di amputare le mani della vittima per non lasciare sue tracce dato che è stato graffiato sul collo. – I segni sulla gola erano diversi e ben marchiati. – Michienzi, posso parlare al telefono con sua moglie?

Il dottore scoppiò in un pianto che lo accasciò a terra. Nicastri aveva detto la verità. Era sì un ladro, ma non un assassino. Quelle lacrime valevano più di una confessione.

 

 


 

XI

 

“Hanno lavorato senza sosta, giorno e notte, gli uomini guidati dal commissario Sammati per dare un nome e un volto all’assassino di Lorenzo Gigliotti, il giornalista trovato morto nella sua villetta a Lamezia Terme, nel catanzarese. A essere tratto in arresto è stato Roberto Michienzi, proprio il medico legale che aveva svolto l’autopsia sulla vittima…”

Il commissario schiacciò il pulsante rosso del telecomando. Mise la mano all’interno del suo cappotto bianco e tirò fuori il rossetto con lo specchietto. Si baciò le labbra due, tre volte. Decise che erano abbastanza rosse. Poteva andare in ufficio, Spena l’aveva chiamata al cellulare. Era scomparsa una bambina.

 

 

 

 

 

 

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