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TEO E SHIBA- LA RINASCITA

  • Immagine del redattore: antonelloiovane
    antonelloiovane
  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

 

Guardo Teo e sono contenta…Ah, tutto ciò era impensabile soltanto qualche mese fa. In pochi giorni, possono accadere tante di quelle cose. Tutto ebbe inizio l’antivigilia di Natale. Era un sabato mattina dalla temperatura mite, con i raggi del sole che donavano un piacevole tepore al mio muso appoggiato sulla ringhiera del balcone. Giornata ideale per uscire a fare una camminata.




Teo, però, non ne voleva che saperne. Se ne stava seduto sul letto, davanti al portatile, impegnato nello scrivere il suo ennesimo romanzo. Si era rifugiato nel sogno di diventare scrittore per non vivere la realtà in cui aveva perso i suoi genitori e la mia presenza non era sufficiente al punto tale da colmare quel vuoto di solitudine.

Il mio amico aveva bisogno di una compagna, e anche alla svelta. Era del tutto evidente dalla pila di piatti che si era accumulata nel lavabo della cucina, una torre seconda in altezza soltanto alla montagna di panni sporchi che si innalzava dalla bacinella posta accanto alla lavatrice. Tra avanzi di cibo e vestiti sudati, c’era una puzza tremenda che invadeva tutta la casa. Se fosse dipeso da lui, però, sarebbe rimasto scapolo per tutta la vita. I troppi “no” ricevuti dalle ragazze lo avevano mandato K.O. in maniera definitiva. Non aveva più voglia di lottare per conquistare il cuore di una donna. Eppure, per essere un umano, è abbastanza intelligente, carino e dall’animo buono. Non riuscivo a capire perché il destino non gli avesse fatto incontrare una bella compagna.


Entrando nel salotto, guardai l’orologio, mancavano soltanto cinque minuti a mezzogiorno, l’ora in cui puntualmente Teo si alzava per sgranchirsi le gambe e farsi un caffè. Quel giorno, però, decisi di cambiare i suoi programmi. Era giunto il momento di dare una svolta alla sua vita. Mi avvicinai alla porta d’ingresso e iniziai ad abbaiare a più non posso.

«Shiba, che ti prende?»

Lo sentivo sbuffare mentre si alzava dal letto. Non dovevo provare nessuna pena per lui, così continuai ad abbaiare, sempre più forte. Lo facevo per il suo bene. Comparve in fondo al corridoio: cappellino di lana in testa, tuta e ciabatte.

«Cosa ti è preso? Cos’è questa smania di uscire all’improvviso?»

Si mise a sbadigliare. Non mi lasciai impietosire, anzi proseguii ad abbaiare appoggiando le zampe anteriori sulla porta.

«Ho capito, Shiba. Hai vinto tu. Mai mettersi a discutere con una donna, nemmeno quando è un cane. Si vede che il caffè me lo prenderò al bar.»

Entrò nella stanza di servizio sparendo dalla mia visuale. Per essere certa che non perdesse tempo, seguitai ad abbaiare.

«Stiamo andando, lasciami almeno il tempo di mettermi le scarpe. Che diamine!»



Agganciato il guinzaglio al collare, lo trascinai fuori dal palazzo nel minor tempo possibile.

«Shiba, piano! Hai per caso un appuntamento con qualcuno?»

Una volta raggiunto il marciapiede, rallentai l’andatura per scrutare meglio il viso delle persone. La testa girava a destra e sinistra. La signora che usciva dal fruttivendolo era troppo anziana. La ragazza in bicicletta, invece, era troppo giovane. La donna con i capelli corti che attraversava la strada era una spilungona, fuori dai suoi canoni di bellezza.

«Non so cosa tu stia cercando, ma adesso devi stare buona che mi devo prendere il caffè.»


La ricerca si era rivelata difficile sin dall’inizio, ma io non rinunciai a quella che era diventata la mia missione natalizia. Anche dentro al bar continuai a esaminare i volti femminili presenti. L’anello al dito escludeva di fatto la cassiera. Al tavolino, invece, c’era una donna elegantissima. L’occhio mi cadde sul marchio della borsetta appesa alla sua sedia. Un po’ troppo elegante per un aspirante scrittore. Teo si sedette al tavolino in fondo, legando il guinzaglio alla sedia.

Ed eccola arrivare. Una ragazza bassina, dai lunghi e lisci capelli neri, con le lentiggini ai confini delle palpebre a risaltare la bellezza dei suoi occhi marroni.

«Buongiorno, cosa le posso portare?»

«Un caffè, grazie.»

«A posto così?»

«Sì, grazie.»

Mi guardò per poi sorridermi. Teo, invece, non l’aveva nemmeno vista. Sempre con quel taccuino a scrivere. Non potevo di certo contare su una sua collaborazione. Dipendeva soltanto da me. A dire la verità, non avevo minimamente idea su cosa avessi dovuto fare. Qualsiasi cosa andava bene, pur di attirare l’attenzione. Così per smuovere le acque, con un salto afferrai la sua penna dal tavolino e la lanciai verso la cameriera.

«Shiba! Ma cosa ti è preso oggi?»

Lei se ne accorse. Sembrava che la mia mossa avesse funzionato, i due si stavano per vedere. Le cose procedevano bene. La signora elegante però, si prodigò per prima nel recuperare la penna dal pavimento e riportarla a Teo.

«Grazie mille, è stata gentile.»

«Si figuri. Lo sa? Ha un bellissimo cane.»

Al complimento risposi con un ringhio.

«Shiba, stai buona! Mi scusi, eh.»

«Si vede che la mia presenza non è gradita.»

Miss eleganza girò i tacchi e se ne andò via.

«Hai visto cosa hai combinato? Neanche un caffè in santa pace mi hai fatto bere. Dai, torniamo a casa.»



Teo si alzò dal tavolino, afferrò il guinzaglio pronto per andare a pagare. La mia missione stava fallendo, ma io non avevo nessuna intenzione di mollare. Avevo deciso che, in un modo o nell’altro, i due dovevano conoscersi. Così con un movimento repentino tagliai la strada alla cameriera che, per evitare me, indietreggiò fino a cadere con tutto il vassoio sopra Teo. I due finirono sdraiati per terra, lei sopra di lui.

«Mi scusi, sono mortificato. Non so cosa le abbia preso, Shiba non si è mai comportata così.»

«È stata colpa mia, non si preoccupi.»

Finalmente si guardarono negli occhi, e non la smisero più fino a questo momento in cui lo sguardo di Teo è perso nel suo. I volti si avvicinano, le labbra si uniscono mentre piovono chicchi di riso.

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