UNA CANZONE, UN RICORDO
- antonelloiovane

- 18 ott 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Esco dall’acqua, distendo per bene il mio telo per potermi sdraiare su questa spiaggia deserta. Lascio accarezzare il mio viso dal tepore degli ultimi raggi di luce. A farmi compagnia solo la mia buon vecchia radiolina. Allungo la mano e, senza guardarla, le torno a donare voce, libera di esprimersi a suo totale piacimento.
“Oggi solo canzoni allegre. Finalmente abbiamo sconfitto per sempre questo dannatissimo virus che tanto ci ha fatto tribolare. Dobbiamo festeggiare! Ed al party non poteva mancare lui…”
Questa tromba iniziale, unica nel suo genere. Solo lui è capace di farla suonare in questo modo. Il sound inconfondibile. Ecco che inizia la strofa
“Toda joia toda beleza
Donde el hombre
Toda joia toda beleza
Donde el hombre”
Chiudo gli occhi e la mia mente è adagiata sul ponte della nave dei ricordi che solca i mari del tempo e dello spazio riportandomi a quella fresca sera di fine estate. Il telefono squilla, tu titubante nel propormi di andare al concerto, io entusiasta già intento a bussare al portone di casa tua. Sei arrivata avvolta in tutta la tua bellezza, con quei pantaloncini color crema, ad esaltare le tue minute ma affusolate gambe, una sportiva camiciola, che invano cerca di celare le rotondità morbide della tua scollatura, i capelli lisci, tutti tirati dritti dopo una doccia appena fatta. Il viaggio in macchina, la lunga camminata a piedi per raggiungere la collina in cui incastonato è l’antico borgo, suggestivo scenario a far da sfondo ad una bomboniera di palcoscenico. La chiacchierata, i sorrisi, le lunghe risate ad alleviare la progressiva fatica dell’interminabile salita finale. Una serie di irti ed insidiosi scaloni, ultime asperità da sormontare per giungere all’agognata piazza, ti inducono a reggerti a me, afferrando la mia mano. Le tue dita intrecciate alle mie ed una sensazione di benessere che, partendo dal mio palmo, si diffonde come linfa vitale dal mio calcagno fino all’ultimo crine della mia chioma. Seduti sulla panchina a riprendere fiato, tu che distendi le tue gambe sulle mie per dare un po’ di sollievo a quel malandato ginocchio. Io che sfioro la tua pelle mentre i miei occhi si perdono nei tuoi, lungo il viaggio alla scoperta del loro incanto disteso su di un tappeto di lentiggini. La complicità dei nostri sguardi resa brilla dal riflesso di una immensa, piena e luminosa luna. Un idillio interrotto unicamente dalle parole di un anonimo speaker impegnato ad annunciare l’inizio dello spettacolo. Ad un passo dalle transenne, la musica che parte ed io che rimango estasiato. Il tuo corpo sinuoso si muove al ritmo di quelle note sprigionando una esplosiva sensualità, tale da calamitare gli sguardi sfacciati di tanti ragazzi. Il mio ballo a tua protezione, la tua felicità la mia gioia. Le tue labbra si soffermano in profondità della mia guancia a ringraziarmi per la magnifica serata.
“Per quei pochi che non l’avessero riconosciuto era il mitico Roy Paci insieme agli Aretuska”
Allungo la mia mano, e le dita lentamente sprofondano tra i finissimi granelli di sabbia d’orata. Tu non sei a fianco a me. Riapro gli occhi e le piccole bollicine di acqua salata hanno lasciato il posto ad una solitaria, lunga goccia che solca la guancia e sfocia amaramente tra le mie labbra. La fresca brezza della sera arriva a soffiare leggera sul volto. La mia compagna radio mi tradisce una seconda volta. Energie esaurite o anche lei non ha più nulla da dire dopo avermi teso un cosi malinconico tiro mancino. Raccolgo le mie cose e mestamente, a capo chino, vado via. Troppa l’invidia per assistere anche al divampare all’orizzonte dell’amore tra il sole ed il mare, in un infiammato bacio che si suggella alle mie spalle. Un filo di voce lenta e roca ““Beleza querida..Beleza que falta…”






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